Mar
08

“I due compleanni”

“Siamo dunque sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato resuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in verità di vita.” Romani 6:4

 Ho terminato di scrivere questo libro verso la fine di ottobre dell’anno scorso e l’ho consegnato materialmente a Nicola Legrottaglie, la sera – quasi la notte – del 24 novembre.

Inseguivo telefonicamente Nicola, già da un po’ di tempo e non ero sicuro se quella sera, sarei riuscito ad incontrarlo ed a parlargli.

Pertanto, avevo preparato un allegato, una pagina che spiegava obiettivi e finalità del mio libro – Nicola era all’oscuro di tutto (!) – e con la quale – tra l’altro – comunicavo a Nicola, che avevo deciso di battezzarmi.

Quella decisione, però, conteneva anche una richiesta specifica; volevo, infatti, che fosse proprio Nicola a celebrare il mio battesimo.

Quella domenica, dopo la trasferta del Catania contro il Torino – non proprio felice per Nicola – e dopo la cena a Milano, per la festa di compleanno del papà di Erika, ho ricevuto un messaggio di Nicola che mi dava appuntamento sotto casa dei suoceri.

Ricordo un viso segnato dalla stanchezza; ciò nonostante e come sempre, Nicola fu molto disponibile con me.

Dopo i saluti di rito – non lo vedevo da molto tempo – gli ho subito consegnato il libro; lo accettò con stupore e gioia.

E aggiunse subito, che quel libro e quella dedica erano una vera e propria benedizione per lui, perché stava attraversando un periodo molto difficile, sotto tanti punti vista, non solo sportivi.

E così cominciammo a parlare un po’ di noi.

Io, però, non volevo approfittare della sua disponibilità – perché lo vedevo davvero molto stanco – e quindi gli dissi che avrebbe potuto leggersi successivamente, il mio allegato.

Ma per Nicola, dopo non esiste; lo lesse immediatamente, mi promise che avrebbe scritto la prefazione al mio libro (l’allegato conteneva anche questa richiesta) e arrivati al battesimo, ricordo che alzò lo sguardo verso il mio e mi disse: “E’ un onore per me, fratello; possiamo farlo domenica 15 dicembre”.

Io rimasi – per un attimo – impietrito.

Pensai subito al freddo, ai pochi giorni che mancavano, a come avrei potuto prepararmi a quell’incontro così speciale per me, ed a tanto altro ancora…, ma gli risposi: “”.

Perché tutte quelle esitazioni?

Perché io avevo sempre immaginato di battezzarmi in estate e all’aperto, seguendo l’esempio di Gesù.

Ma quella data scelta da Nicola, l’ho letta e accettata – in piedi stante – come una data voluta da Dio.

E così è stato.

Domenica 15 dicembre, Nicola è venuto a Milano, a battezzarmi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in presenza dei miei genitori, di mia moglie, di mia suocera e di tante sorelle&fratelli in Cristo Gesù.

Conserverò per sempre nel mio cuore, il ricordo e le sensazioni di quel pomeriggio e le bellissime parole che Nicola ha usato per me.

E perché ho deciso di aggiungere questo post scriptum?

Perché il battesimo è stato un momento intimamente connesso all’esperienza di fede che ti ho raccontato in questo libro e perché ha sancito l’inizio di una nuova vita per me.

Ora, sai che sono nato – da genitori – a Napoli, il 30 aprile 1962 e rinato – in Cristo Gesù – a Milano, il 15 dicembre 2013.

Dunque, avrai due date utili per farmi gli auguri di buon compleanno.

Il versetto di apertura, non lo commento; l’ho già fatto quella benedetta domenica.

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lincontroBrano tratto dal libro “L’incontro – La potenza travolgente della fede – di Antonio Bizzego

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Feb
28

“Omega”

“Ecco, sto per venire.” Apocalisse 22:7

Siamo giunti al termine.

L’“Apocalisse di Giovanni”, è l’ultimo libro della Bibbia, ma non per questo il meno importante; anzi.

E’ il libro in cui tutto ciò che è stato scritto prima, trova il suo epilogo.

Il titolo genera spesso un sentimento di angoscia e paura, ma in realtà, contiene un messaggio di speranza e di pace futura, perché annuncia il ritorno – certo – di Gesù sulla terra.

E’ anche vero che il ritorno di Gesù sancirà la fine del mondo e che il mondo che verrà, nessuno l’ha già sperimentato.

Ma Gesù sì, il primogenito dei morti questa esperienza l’ha già vissuta morendo per noi sulla croce e salendo al cielo alla destra del Padre.

Ed è lì, che sta preparando la nostra casa, la casa di tutti coloro che andranno ad abitare con Lui.

Ma in quella casa però, ci si può entrare solo se accompagnati da Colui che ci è entrato per primo.

Ecco perché è necessario che Gesù ritorni; per venire a prenderci e a portare via con sé, per sempre.

E’ dunque, il libro dei luoghi e del tempo che verrà e che non avrà mai fine.

Luoghi incontaminati, perché solo i purificati da Dio avranno diritto ad entrarci e a dimorarci, e dove il tempo non dovrà più tenere e temere il conto dei minuti e delle ore che passano, perché il giorno non avrà fine e la notte non esisterà più.

Che scenario sublime rispetto ai luoghi transitori della terra e al suo tempo piccolo!

Un luogo finalmente immune dal peccato, dalle maledizioni, dalla sofferenza e dalla morte e in cui sarà la luce di Dio ad illuminare “tutto&tutti”.

Ma come ho già accennato in apertura, questi luoghi e questo tempo sono accessibili a molti, ma non a tutti.

Chi sono gli esclusi?

Sono tutti coloro i quali non avranno creduto in Dio e riconosciuto Gesù Cristo come unico Salvatore e Redentore.

Per costoro, il libro dell’“Apocalisse di Giovanni” rappresenta un severo ed ultimo monito al ravvedimento, perché il tempo è vicino.

E’ vicino da sempre, perché Gesù vuole dare tempo a tutti, di ravvedersi.

Ma vicino da sempre, non vuol dire vicino per sempre.

Dio prima e Gesù dopo, hanno mantenuto tutte le promesse fatte rispettivamente, al popolo di Israele e alla Chiesa, per cui non c’è motivo di pensare e credere che questa possa fare eccezione.

Non solo; Gesù ha promesso che tornerà presto e presto può significare anche improvvisamente!

E quando il tempo del suo adempimento sarà arrivato, il tempo del tuo ravvedimento sarà scaduto e non avrai più nessuna possibilità di ricrederti.

Quindi, se non ti sei ancora ravveduta(o), fallo in tempo; fallo adesso!

Potrai rispondere anche Tu alla sua promessa: “Amen! Vieni, Signore Gesù”.

La pace sia con te, ora e sempre.

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Feb
22

“Giù la maschera”

“Negli ultimi tempi vi saranno schernitori che vivranno secondo le loro empie passioni.” Giuda 1:18

Ho letto diverse volte la “Lettera di Giuda”.

Sono stato sicuramente facilitato dalla sua concisione; 24 versetti in totale, tutti racchiusi in un solo capitolo.

Solo Giovanni è stato capace di fare meglio, nella terza ed ultima delle sue lettere, che abbiamo incontrato nel capitolo precedente.

Un elemento – in particolare – mi ha incentivato maggiormente a rileggerla: la sua collocazione.

Questo libro – che precede l’“Apocalisse di Giovanni” – non poteva che essere il penultimo, secondo me.

Tratta di apostati e apostasia.

Ho provato mentalmente a collocarlo prima; avrebbe certamente mantenuto integro il suo messaggio, perché le Scritture ispirate da Dio sfuggono a qualsiasi limite di spazio e di luogo, ma proprio non riesco ad immaginarlo impaginato altrove.

Perché gli ultimi tempi sono vicini, ormai.

Il titolo di questo capitolo l’ho scelto “d’emblèe”, proprio al termine della lettura di preparazione alle riflessioni che seguono.

Lascia che ti spieghi per quali ragioni, anche se l’“item” del libro fornisce già qualche indicazione in tal senso.

Considero la mia personale relazione con Dio, come un dialogo aperto e attivo ventiquattro ore al giorno.

Chi conosce i principi essenziali della comunicazione efficace, saprà che il dialogo è un confronto verbale tra due o più persone.

E’ quindi imprescindibile, dal concetto di scambio di informazioni tra emittente e destinatario, i cui ruoli devono necessariamente alternarsi tra di loro.

Pertanto, ci sono momenti della giornata in cui sono io a parlare; altri, invece, in cui ascolto e/o medito.

La preghiera è il mezzo attraverso il quale parlo con Dio; la lettura e la meditazione della sua Parola, lo strumento con cui lo ascolto.

Cosa c’entrano queste considerazioni con il titolo?

C’entrano molto, perché nella fase attiva, quella in cui sono io che parlo con Lui, non posso mentirgli, non posso usare maschere.

Posso farlo con un mio pari, che magari fa lo stesso con me, ma non con Dio; non ha senso, non serve, è inutile.

Nel rapporto con Dio, posso usare solo la mia faccia, che poi è la stessa che ha plasmato Lui per me.

So, infatti, che Dio vuole che io sia sempre sincero con Lui; e so anche, che questa è una assunzione di responsabilità per un credente.

Anzi, è un obbligo.

Dio non ama la menzogna, l’ipocrisia, la falsità.

E benché sia capace di smascherare chiunque tenti di trarlo in inganno, vuole, esige, un comportamento onesto, integro, vero, autentico, anche e soprattutto, nei momenti di maggiore sconforto.

Giuda ci ricorda, con la sua lettera, che poco prima del ritorno di Gesù sulla terra, la chiesa di Cristo verrà attaccata da una nutrita schiera di falsi credenti, di uomini in maschera che manifesteranno contro il Signore.

Verranno a ripudiare i credenti veri, a rinnegare Dio, a proclamare la sua morte, a tentare di convincerli della loro verità.

Io – in quei tempi vicini – voglio accogliere il messaggio di Giuda e manifestare con gioia il mio tributo di gloria e lode a Dio.

E voglio farlo senza maschera; voglio farlo con la mia faccia.

Perché sono certo, che Lui mi riconoscerà e mi trarrà in salvo.

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Gen
23

“La gioia più grande”

“Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità.” 3 Giovanni 1:4

Non ho figli e quindi, non so cosa significhi essere padre.

Il Signore non ha voluto che ne avessi; anzi, ha voluto che non ne avessi.

La sostanza è la stessa; ma la forma fa la differenza.

Poiché Dio è amore, preferisco sempre coniugare il verbo della sua volontà in positivo, piuttosto che in negativo.

Quindi, penso di non aver avuto figli, perché Dio ha voluto così.

Sono sposato da oltre venticinque anni e mi sono spesso chiesto il perché di questa mancata esperienza di vita.

Ricordo che all’inizio del mio percorso di con-divisione, ho desiderato potesse accadere anche a me.

Ma non so ancora spiegarmi, però, se desiderassi avere un figlio o diventare padre.

Considero queste due condizioni su piani diversi, anche se simili tra di loro.

La domanda che per anni continuava a rimbalzarmi dentro era questa:

Voglio dare o ricevere qualcosa, dalla possibile nascita di un figlio?”.

Io ho sempre avuto la sensazione che alcune coppie, vogliano avere figli più per ricevere, che dare.

Mi riferisco – in particolare – a quelle coppie che quando un figlio non arriva, fanno di tutto pur di averne uno.

Insomma, che lo vogliano principalmente per un loro bisogno di normalità, quasi non accettassero l’idea di non poterne avere.

Lo penso e lo scrivo con profondo rispetto per chi ha operato questa scelta usando questo criterio.

Solo che non lo condivido.

Credo anche di poter aggiungere, che quelle coppie sono le stesse che magari dopo, le senti dire che: “Stiamo insieme solo per il bene dei nostri figli”.

Strano modo di stare insieme, volersi e volere bene.

Ecco che una coppia, diventa la somma di due singole metà, che fanno finta di stare insieme, perché insieme, hanno voluto – a tutti i costi – mettere al mondo uno o più figli.

Figli che nel frattempo, crescono assorbendo come spugne, malumori, disguidi, incomprensioni e litigi, di mamma e papà.

Insomma, sto cercando solo di dire che secondo me, la scelta e la decisione se avere (o dare?) o meno un figlio, debba essere presa con grande responsabilità e soprattutto, con un profondo sentimento di generosità.

So perfettamente che la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale sotto il profilo sociale e che biblicamente, l’uomo e la donna uniti nel matrimonio, hanno il compito di dare continuità al processo di creazione avviato da Dio.

Tuttavia, credo che certi messaggi vadano letti, interpretati, compresi ed accettati come impossibilità naturale oltre che divina, di non essere stati chiamati al ruolo di genitore(i).

Tornando a me e al mio immaginario di padre, ricordo un’alternanza di preferenza a volte per il maschio, altre per la femmina.

In entrambi i casi, però, ho sempre immaginato una creatura bionda (come mia moglie), nonostante io sia un uomo del sud e con i capelli neri (e ora, anche un po’ bianchi).

Quel desiderio di paternità, per mia fortuna, non è diventato mai, un’ossessione per me.

Lo è stata, invece, nei primi anni di matrimonio, per mia mamma; quante volte mi ha chiesto: “Ci sono novità?.

In occasione di un Natale, decisi di trascorrere le festività a Napoli, dove i miei genitori risiedono tuttora.

Durante il viaggio in treno, mi moglie avvertì qualche lieve malessere; immagina un po’ quale fu la domanda che mi fece mia mamma al nostro arrivo…

Forse per mia moglie è stato diverso accettare la mancata maternità.

Ogni donna è potenzialmente una mamma, e credo che tutte si sentano private di un pezzo di sé stesse, quando non lo diventano.

Credo di poter sostenere – senza esagerare – che si sentano un po’ menomate.

Naturalmente, ne abbiamo spesso discusso anche insieme; senza oltrepassare, però, il limite del buon senso e da parte di mia moglie, nella serena accettazione della volontà di Dio (che lei ha incontrato molto prima di me).

Oggi, siamo entrambi sereni di fronte a questa condizione di coppia sposata senza figli.

Anzi, quando osserviamo gli scenari non certo esaltanti dei giorni nostri, quando siamo spettatori dei problemi, delle preoccupazioni e delle difficoltà di un genitore, ringraziamo il Signore per la decisione che ha preso per noi.

E poi perché, come ci diciamo spesso: “Dobbiamo prenderci cura di Angelo”.

Angelo è uno dei fratelli di mia moglie, nato con una disabilità mentale e caratteriale che, con il passare degli anni (ne ha 52), lo fa sentire sempre meno a suo agio con la madre, con la quale è costretto a con-vivere (non è completamente auto-sufficiente) e sempre più vicino e dipendente alla sorella (e quindi, a me), che si prende cura di lui, in pratica tutto il giorno.

E così sarà – anche per il quasi totale disinteresse degli altri due fratelli maschi (!) di mia moglie – soprattutto, in un futuro non più molto lontano, vista l’età avanzata di mia suocera.

In tal senso, siamo davvero nella mani di Dio.

Nel corso degli anni e delle conversazioni fatte su questo argomento anche in contesti diversi da quelli strettamente familiari, molto spesso mi sono sentito dire che sarei stato un buon padre.

Così come io penso che mia moglie, sarebbe stata una buona madre.

Entrambi, avremmo avuto però, il compito – delicatissimo e difficilissimo – di dare la giusta educazione al figlio/a/i che il Signore avrebbe voluto affidarci.

Avremmo dovuto essere capaci di trasferire insegnamenti, valori, avremmo dovuto occuparci dell’istruzione scolastica, avremmo dovuto preparare il loro futuro da adulti.

Io non so se sarei stato all’altezza di questi compiti di padre; una cosa, invece, so con certezza.

Come Giovanni, avrei tanto desiderato sapere che i miei figli camminassero nella verità.

Anche per me, sarebbe stata questa, la gioia più grande.

Perché un conto è seguire le indicazioni di un padre; altro, è seguire quelle del Padre.

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Gen
19

“Oltraggio finale”

“Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non ha Dio.”  2 Giovanni 1:9

Lo studio – oltre che la lettura della Bibbia – è davvero interessante, affascinante, misterioso, anche se pieno di verità.

Chi non si accontenta della sola lettura, evidentemente, vuole saperne di più, vuole andare più in profondità, vuole capire di più e meglio.

Per quanto paradossale possa sembrare, porsi delle domande aiuta nella ricerca di dettagli di informazioni e contenuti.

Ma al tempo stesso, può essere rischioso.

Io che pure non mi considero uno studioso della Bibbia, ho sperimentato diverse volte, questa condizione.

È una sensazione che localizzo inizialmente, alla testa, e successivamente, al resto del corpo.

La testa è la sede della ragione; è lì che la mia mente si pone delle domande e si formula delle risposte.

Alcune mi sembrano chiare, evidenti, esaustive e quindi, mi danno certezze.

Altre invece, sono l’esatto contrario; sono confuse, occulte, incomplete e quindi, tolgono certezze alle certezze che avevo acquisito.

Ed allora, dalla sua sede di origine, quella sensazione comincia a muoversi in altre direzioni; sento che va verso lo stomaco, la pancia, le braccia e le gambe.

Vorrei capire di più e invece, ne so meno di prima.

E quando il mio sistema mente-corpo non sa, non sa neppure cosa fare, come agire.

Mi resta dentro un vuoto che sento di dover riempire prima possibile.

Ormai, sono così abituato a sentire netta e chiara la Parola di Dio, nella mia testa, nel mio cuore, in ogni punto del mio corpo, che quel vuoto non riesco più a sopportarlo.

E allora, vado a caccia di altre risposte; ma le vado a cercare nei libri, su internet, sui commentari biblici e sui testi di approfondimento scritti da chi, prima e soprattutto, più di me, si è posto delle domande e che magari è ancora, alla ricerca di nuove risposte.

Poi, per mia fortuna, e credo con l’aiuto dello Spirito Santo che vive dentro di me, mi rendo conto che le uniche risposte di verità, sono contenute soltanto nel testo che ha originato tutte quelle domande.

Ed allora, torno a dissetarmi direttamente alla fonte.

Lì, il rischio si riduce; lì, tra quelle pagine, sono al sicuro.

Lì, non corro più il rischio insensato di andare oltre la dottrina di Cristo e non avere più Dio, dalla mia parte.

Recentemente, ho seguito con interesse in televisione, un intervento di un ex sacerdote cattolico, ora studioso, teologo e scrittore di cui – per ragioni di privacy – preferisco non fare il nome.

In realtà lo seguo sempre, perché l’ho conosciuto personalmente, agli inizi del suo sacerdozio a Milano.

Mi piacque molto il suo modo di porsi e di tenere vivo l’interesse dei fedeli durante la messa della domenica.

Così, decisi di fare la sua conoscenza e poco dopo, valutammo insieme – su sua esplicita proposta – di riorganizzare le attività dell’oratorio.

Purtroppo, non se ne fece nulla, perché io chiesi di poter occuparmi di bambini piccoli, non ancora adolescenti, e sembra che le mamme – o alcune di loro – manifestarono parere contrario a questa iniziativa.

Ad un certo punto della trasmissione, ebbi la sensazione che rispondendo ad alcune domande, stava andando oltre la verità di Cristo, per i suoi continui e ripetuti riferimenti al pensiero di filosofi, scrittori, scienziati di ogni tempo e credo religioso.

Mio malgrado, ho girato canale dopo circa mezz’ora in cui, ho davvero fatto fatica a comprendere appieno cosa cercasse di dire.

Resta inteso che continuerò ad alimentarmi del pensiero e delle parole che il genere umano ha espresso e continuerà ad esprimere, nel tentativo di spiegare Dio.

La stesura stessa di questa mia testimonianza scritta, è stata facilitata dalla lettura di altri testi.

Ma ogni qual volta avvertirò – di nuovo – quella sensazione di rischio, di allontanamento, di separazione dalla dottrina e dalla verità di Cristo, farò un passo indietro.

Perché la Bibbia è perfetta così com’è; non c’è nulla da aggiungere e nulla da togliere per scoprire la verità.

Voglio darti qualche dato numerico su cui riflettere:

  • 66 libri (39 nell’Antico Testamento e 27 nel Nuovo);
  • 4 Vangeli;
  • 21 epistole;
  • 189 capitoli;
  • 104 versetti.

Questa è la Bibbia in numeri; credo davvero, che possano bastare per chi è in cerca della verità.

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Gen
10

“Contro corrente”

“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo.”  1 Giovanni 2:15

Credo di aver compreso il significato dottrinale di questo versetto di Giovanni.

Ma come si può amare Dio e non amare il mondo né le cose che sono nel mondo?

La Bibbia sottolinea spesso, che chi non conosce l’amore non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore con la “A” maiuscola.

Tuttavia, come credenti, siamo chiamati a non amare tutto ciò che Dio – che è amore – ha creato per noi.

Sembra quasi un ossimoro.

Quando penso al mondo come insieme di realtà, mi riesce davvero difficile non apprezzarlo (ed amarlo), tanto è grande, maestosa la sua infinita bellezza.

Nel tempo e nello spazio, il mondo e le cose che sono nel mondo segnalano in maniera continua e costante, la loro presenza.

Una presenza diffusa, che si respira, che si vede, che si sente, che si tocca, che si gusta, che si prova e che alterna momenti di silenzio ad altri di suoni e rumori, di luce, ombre e buio.

Una presenza al cospetto della quale è davvero difficile restare indifferenti, insensibili, disattenti.

Sono cose del mondo il cielo, la terra, il mare, le campagne, le colline, i boschi, le montagne, i fiumi, i laghi.

In ciascuna di queste cose, ce ne sono tantissime altre più piccole, ma non per questo meno belle.

Penso al sole, alla luna, alle stelle, ai frutti della terra, ai pesci che abitano tutte i corsi e le distese di acqua dolce e salata, agli animali che scorazzano liberi (?) nelle campagne e nei boschi, ai fiori, alle piante, alla neve e all’acqua che scende dal cielo per dissetare la terra, quasi a sancire una sorte di alleanza.

Questo è quanto – in linea di massima – Dio ha creato per l’uomo.

Anche l’uomo ha fatto la sua parte, creando e aggiungendo altre cose alle cose che sono da sempre nel mondo.

E con esse, le creazioni di seconda mano, è riuscito ad aggiungere anche altra bellezza.

Penso a tutti i risultati conseguiti nel corso dei tempi, nell’arte in ogni sua declinazione.

Ed al progresso delle scienze e della ricerca, che – talvolta – pur usando (?) pezzi di cose già esistenti, ne ha saputo aggiungere altre di nuove.

D’altra parte, solo Dio ha creato tutto dal nulla.

Mi succede spesso di pensare a cose del mondo che prima non c’erano, non esistevano.

Cose piccole e grandi, alle quali – oggi – mi sarebbe difficile rinunciare.

Magari cose che non hanno aggiunto bellezza, ma che di certo hanno contribuito a migliorare la qualità della vita del genere umano.

Le osservo, le uso, e le apprezzo; inutile negarlo.

Una riflessione tutta sua, va fatta per una cosa del mondo in particolare: il denaro.

Sappiamo tutti, che tutto muove e si muove intorno al denaro (fatta qualche rarissima eccezione).

Sappiamo tutti, che il denaro – e la ricchezza in sé stessa – non sono un male, anzi.

E sappiamo pure che anche il denaro è una cosa del mondo, e quindi, una creazione di Dio.

Rispetto a questa cosa, la domanda di ieri, di oggi e quasi certamente, di domani, è sempre la stessa: “Denaro, mezzo o fine?.

A prescindere dalla risposta quasi scontata – ma solo teoricamente – di fatto, sembrerebbe che sia più un fine, che un mezzo.

Ci si affanna per guadagnare di più, per spendere di più, per essere di più, senza troppo preoccuparsi per i tanti portatori del segno meno.

Io di soldi non ne ho mai avuto tanti – nel pieno rispetto del principio della relatività di questa mia valutazione – ma ringrazio Dio, per ogni lira e centesimo di euro, che mi ha dato la possibilità di guadagnare onestamente, in oltre trenta anni di lavoro.

Pur avendo ammirazione per chi è riuscito a guadagnarne tanti – per me, la fortuna e la sfortuna non esistono – guardo con sospetto e preoccupazione biblica (Matteo 6:24) al modo in cui quel denaro viene usato da chi lo possiede.

Sono contrario alle politiche di rigore economico e di austerità, perché credo che producano povertà e regresso, e di contro, favorevole all’incentivo ed all’incremento dei consumi, che invece, credo che producano (più) ricchezza e (più) progresso.

Tuttavia, pur apprezzando le comodità, detesto gli sprechi.

Ed allora, resto davvero basito dinanzi a certi usi&consumi di denaro, privato e pubblico.

E forse chissà, è innanzitutto il denaro, la cosa del mondo che Giovanni ci invita a non amare (troppo).

E probabilmente, ad esso, sono riconducibili tutte le altre.

Da credenti e cristiani, dobbiamo porci la seguente domanda: “Quale ricchezza voglio scegliere nella mia vita, Dio o il denaro?”.

Quando i miei progetti di lavoro non producono il risultato economico che mi attendo e per il quale mi sono impegnato, mi ripeto sempre queste parole che ricordo di aver condiviso per la prima volta, in occasione di uno studio biblico:

Signore, se la Tua volontà è uguale alla mia, bene; ma se la Tua volontà è diversa dalla mia, meglio”.

 

E me li ripeto anche quando il denaro non c’entra nulla.

 

Dopo, mi sento sempre più ricco di prima.

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Dic
22

“Le catene dei liberi”

“Perché uno è schiavo di ciò che lo ha vinto.” 2 Pietro 2:19

Il concetto di schiavitù (e di schiavi) mi fa pensare alla inciviltà del passato, quando uomini e donne erano oggetti di scambi e trasferimenti di proprietà.

Secondo la definizione dell’ONU (Organizzazione Nazioni Unite), la schiavitù è: “Lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi di proprietà o taluni di essi, e lo schiavo è l’individuo che ha tale stato o condizione”.

Purtroppo, è una condizione ancora attuale, in maniera più evidente (in alcuni Paesi), e meno (condizione peggiore), in altri.

E’ risaputo, infatti, che ancora oggi, esistono uomini e donne (?) che si arrogano il diritto di proprietà di propri simili (direi diversi), in cambio di prestazioni di ogni genere.

Pazzesco, aberrante, scandaloso; ma vero!

Si tratta, però, di forme più o meno note, di violenze e soprusi, agite da qualcuno nei confronti di qualcun altro.

Sulle teste degli uni e degli altri, sarà il buon Dio a fare giustizia.

Come suoi figli, noi possiamo solo pregare nella speranza che la dignità dell’uomo possa essere rispettata in ogni angolo del mondo.

Tuttavia, c’è una condizione di schiavitù che sotto certi aspetti, è ancor più grave, rispetto a quelle che tutti conosciamo.

E’ la condizione in cui chi agisce e subisce pensieri, parole e comportamenti dannosi, è la stessa persona.

E’ la condizione dell’uomo che vive contro sé stesso, contro i suoi valori, i suoi affetti, il suo mondo interiore.

A tal proposito, si parla di schiavitù moderne, di “New Addictions”.

Sotto questa nuova voce di analisi e studio, vanno a collocarsi tutte le più diffuse forme di dipendenza passiva di cui l’uomo è – suo malgrado – vittima e carnefice.

Ne cito solo alcune.

Alcool, fumo, droghe (più o meno leggere), sesso, pornografia, gioco (più o meno d’azzardo), shopping compulsivo, internet, lavoro, cibo.

Quando una persona è affetta da queste dipendenze, entra in una sorta di circolo vizioso dal quale può essere difficile uscirne.

Durante il periodo di incubazione prima, e permanenza durante, è evidente che qualcosa dentro non giri più, nella direzione giusta.

La cabina di regia (la mente dell’uomo) è come ossessionata dalla ricerca di qualcosa che riesca a riempire uno spazio vuoto (spesso solo apparente) che essa stessa ha creato.

Ecco allora, che un solo drink non basta più, che una sigaretta tira l’altra e poi un’altra ancora, che ogni sostanza è buona da sniffare, che ogni momento è quello giusto per praticare sesso con chiunque, per accedere a siti o guardare film porno, per giocare scommettendo sino all’ultimo euro di stipendio, per uscire e andare a comprare – spesso indebitandosi – cose di cui non si ha alcun bisogno, per trascorrere ore (e notti intere) davanti allo schermo del computer – a casa o in ufficio – trangugiando di tutto e di più.

Ecco, sono queste, le catene dei liberi.

Ce ne sono tante altre, per fortuna meno solide, più deboli e quindi, più facili da rompere e spezzare via per sempre.

Sono catene per la consistenza e la forza delle loro maglie; sono dei liberi, perché la specie umana, è libera per diritto e natura.

Io mi considero un uomo di libertà.

Per me, la libertà è un valore davvero importante nella mia vita.

Libertà non intesa come assenza di regole; l’assenza di regole genera anarchia.

Al contrario, libertà – per me – vuol dire pensare, comunicare ed agire libera-mente, nel rispetto di regole ben precise che mi sono auto-imposto, dei mie valori più profondi e del mio prossimo.

Per riuscire nel mio intento, mi sono creato una serie di dipendenze positive.

La lettura, lo studio, la meditazione della Bibbia e di libri sul tema della crescita personale, l’ascolto della musica che piace a me, la cura e l’attenzione per l’alimentazione (senza disdegnare qualche eccesso), e poi, cucinare, passeggiare, definire nuovi obiettivi e pensare positivo, soprattutto, quando mi accorgo che ho smesso di farlo…

Sono solo alcuni atteggiamenti e comportamenti che agisco quotidianamente e da cui ho scelto di dipendere per ampliare la mia zona d’influenza personale e stare bene con me stesso.

Fino ad esserne schiavo e vinto.

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lincontroBrano tratto dal libro “L’incontro – La potenza travolgente della fede – di Antonio Bizzego

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Il ricavato verrà interamente versato alla nostra comunità ed impiegato per sostenere altre nostre iniziative umanitarie.

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Dic
12

“L’altra faccia dell’amicizia”

“Non sapete che l’amicizia del mondo, è inimicizia verso Dio?”

Giacomo 4:4

Io l’amicizia non l’ho mai capita sino in fondo.

Naturalmente, l’ho sperimentata, apprezzata, difesa, acclamata, respinta, rinnegata, eppure, quando mi fermo a considerarla, ad interrogarmi, a parlare con lei, ho sempre la sensazione di non conoscerla e capirla come vorrei.

Le prime amicizie le ho coltivate – come tutti credo – a scuola.

Quelle che per prime affiorano alla mia memoria, sono quelle delle medie.

Che strana età, quella.

In quel segmento di vita, non sei più una bambina(o), ma non sei ancora una donna/uomo, pensi di essere qualcuno e invece non sei ancora nessuno.

Sei solo il tuo atteggiamento.

Poi arrivarono le amicizie più grandi; quelle del liceo.

Ricordo perfettamente l’emozione che provai il giorno in cui – per la prima volta – mi accingevo a varcare la soglia d’ingresso del liceo scientifico statale “Giuseppe Mercalli”.

Era il giorno dell’iscrizione.

A Napoli, il “Mercalli” ed il cugino classico “Umberto” erano i licei storicamente antagonisti tra di loro.

Entrambi però, segnavano l’ingresso nel mondo dei più grandi, di quelli che un giorno sarebbero (forse) diventati qualcuna(o).

Mi mandarono nella succursale, in un quartiere che per quanto bello, era decisamente più scomodo considerata la distanza dalla sede e da casa mia.

Una distanza che però, contribuì a rendere più fitte alcune frequentazioni, perché mi costringeva a trascorrere insieme ai miei compagni, almeno un paio di ore di viaggio in autobus, tra andata e ritorno.

Nel mezzo, le ore, i giorni, i mesi, gli anni – cinque – trascorsi in classe.

Lontano dalla scuola invece, frequentavo – a prescindere dalle condizioni atmosferiche – un più folto gruppo di amici (?) seduto sui gradini della basilica di “San Pietro e Paolo” in Piazza del Plebiscito, che all’occorrenza diventava il nostro campo di calcio, la domenica mattina per la partita e durante la settimana, per gli allenamenti.

Alcuni di quegli amici erano gli stessi del liceo, altri invece, no.

La delusione più cocente – e con essa i primi interrogativi sul valore dell’amicizia – risalgono proprio a quel periodo.

Un periodo difficile della mia vita, perché all’età di 16 anni, dopo una serie infinita di visite mediche e diagnosi sbagliate, fui operato ad un ginocchio a causa di un’infezione di dubbia origine (anche dopo l’intervento).

Ventidue giorni in ospedale e nessuna – dico nessuna – visita! (Se si tratta di una mia dimenticanza, chiedo scusa a chi è venuto a trovarmi).

Mi operò il professor Eugenio Jannelli, all’epoca ortopedico del Calcio Napoli.

Se penso a come sono arrivato a lui ed alle sue mani sapienti benché distrutte dai raggi X, su segnalazione di Gaetano Masturzo – storico magazziniere dello spogliatoio azzurro – che mia madre incontrò (per caso?) in treno, mi rendo conto che Dio – a mia insaputa – vegliava già su di me.

Ho saputo e capito solo più tardi, che si era temuto il peggio per me.

Li saluto e li ringrazio entrambi, con lo sguardo rivolto verso l’alto dei cieli, dove spero possano riposare in pace.

A questa delusione – qualche anno dopo – se ne aggiunse un’altra, ancora più grande.

Al mio matrimonio, nessuno dei mie amici storici era presente alla cerimonia.

E’ vero che mi sono sposato a Milano, ma è pur vero – credo – che se avessero voluto, avrebbero certamente trovato il modo per esserci.

Quel giorno in compenso, al mio matrimonio c’era Rosario, una persona che ancora oggi, considero un mio amico.

In quegli anni, io lavoravo in banca ed è stato lì, presso l’agenzia in cui lui era correntista, che ci siamo conosciuti.

In ordine di tempo, Rosario fu l’ultimo dei miei amici che ho conosciuto e frequentato a Napoli; fu il primo e l’unico, dopo un viaggio a dir poco avventuroso – a venire al mio matrimonio.

A distanza di oltre 25 anni, siamo ancora amici.

E poi, Alessandra.

Alessandra è stata la mia amica del cuore.

All’inizio – era anche lei mia cliente – mi detestava, al punto che qualche volta, neanche mi salutava quando veniva in banca.

Poi dopo, con il passare del tempo, ha cominciato a conoscermi meglio e ad apprezzarmi così com’ero, pur fidanzandosi con Biagio, mio amico e collega.

Ne è nata un’amicizia bellissima.

Alessandra era dolce, affettuosa, ospitale sia con me, che con mia moglie.

C’era una tale intimità tra di noi, che a volte – senza nemmeno rendercene conto – ci tenevamo per mano.

Ad un certo punto, ho smesso di ricevere sue notizie.

Niente più telefonate, niente più sms, silenzio assoluto.

Sapevo che aveva avuto problemi di salute – poi superati – ma non riuscivo più ad avere sue notizie…

Ho scoperto qualche anno dopo, che non riuscivo ad avere più notizie di Alessandra, perché non c’era più Alessandra!!!

Se ne era andata – per sempre – senza nemmeno salutarmi.

Ho avuto altre amicizie – non moltissime – perché sono sempre stato abbastanza selettivo; alcune belle, altre meno, altre ancora, da dimenticare.

Ho voluto condividere con te le più significative, nel bene e nel male.

Io non ho mai sentito nella mia vita, il bisogno irrefrenabile di avere un amico; nel contempo, mi sono sempre impegnato ad essere un buon amico.

L’ho sempre fatto nel rispetto di uno dei principali insegnamenti cristiani: fare agli altri, tutto ciò che vorresti sia fatto a te.

Ma sembra che non sia bastato e che non basti mai.

Per viverla più intensamente, per soffrirla di meno, per capirla fino in fondo questa maledetta amicizia.

Per me, quel punto interrogativo di apertura, vale quanto un punto esclamativo!

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Nov
23

“Volontà autonoma”

“Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo consenso, perché la tua azione non fosse forzata, ma volontaria.” Filemone 1:14

Su questo versetto potrei tenere una intera giornata di formazione.

Sono parole ricche di significato; e di verità, secondo me.

Molto spesso, le persone avvertono la sensazione di essere costrette a fare qualcosa, soprattutto, quando devono prendere decisioni importanti.

Quanto volte ho sentito dire: “Sono stato costretta(o), oppure, non avevo altra scelta”.

Io comprendo perfettamente lo stato d’animo di chi pronuncia frasi del genere (le ho pronunciate tante volte, anch’io).

Ciò che faccio per me, e che sono chiamato a fare professionalmente per gli altri, è cambiare prospettiva, per convincermi e convincere, che così non è.

Ti riporto testualmente l’affermazione che di solito uso in pubblico in questi casi, e che scatena delle reazioni di grande disappunto (all’inizio).

Niente e nessuno può costringerci a fare qualcosa, senza il nostro personale consenso”.

Ricordo il mio ultimo intervento formativo che ho tenuto per un importante Gruppo bancario italiano.

Il “management” decise di riorganizzare tutte le attività di back-office, costringendo (?) gli addetti ai lavori, a mansioni e compiti nuovi per molti di loro.

Per alcuni, svolgere mansioni e compiti nuovi, significava anche ricoprire un nuovo ruolo all’interno della banca.

In quella circostanza, il mio intervento aveva lo scopo di ridurre il livello di disagio individuale che ciascuno di noi sperimenta quando qualcosa cambia nella vita.

Ricordo ancora, che la maggior parte delle persone coinvolte in quel processo di riorganizzazione (e di cambiamento), erano contrarie e contrariate.

Avevano approcciato quella decisione aziendale come una scelta imposta; mi impegnai al massimo delle mie possibilità, per aiutare ciascuno di loro, a considerarla – in alternativa – una scelta proposta.

Apriti cielo!

Ma dopo anni di esperienza e di stretto contatto con persone, soprattutto stressate da qualche accadimento, ero preparato a certe re-azioni.

So perfettamente, che ciascuno difende il proprio vissuto, la propria storia personale, il proprio lavoro.

Ma so anche che tutto cambia nella vita.

La vita è costante e continuo cambiamento; che ci piaccia o no.

Anche se Paolo si riferisce ad una sua scelta, quando rileggo il versetto di apertura, questi concetti mi sembrano sempre più autentici, sempre più veri.

Infatti, quando abbiamo la netta sensazione di essere obbligati a fare qualcosa, in realtà, stiamo compiendo una scelta volontaria.

Sì, perché senza il nostro personale consenso, niente e nessuno può obbligarci a fare alcunché.

No, non sto giocando con le parole; non mi permetterei mai di farlo.

Sto solo cercando di metterti di fronte ad una verità e di aumentare il tuo livello di consapevolezza, in materia di decisioni.

E’ una verità scomoda, difficile da accettare, ma molte lo sono.

Tutte le volte in cui sei chiamata(o) a prendere una decisione, ne stai escludendo – più o meno consapevolmente – qualcun’altra(e).

Stai evitando – con ragioni valide per te – tutte le possibili alternative.

Cosa ti spinge a farlo?

Le possibili conseguenze della decisione che stai per prendere.

E’ questo l’elemento che ti/ci fa pensare, parlare (con te stesso e con gli altri) e quindi, agire.

Scegliamo le conseguenze che consideriamo migliori, quelle più facile da gestire e da accettare.

Tutto qui.

Esserne consapevoli, è un grande vantaggio.

Ti conferisce maggiore responsabilità di te stessa(o) e delle tue azioni.

Questo senso di accresciuta responsabilità, ti aiuterà a compiere scelte autonome, dettate dalla tua volontà, e non da quella degli altri.

Se ti abitui a farlo, non ci saranno più forzature dall’esterno.

Ma perché una tua azione possa diventare volontaria, devi esprimere prima il tuo consenso.

Nella vita, o guidi o sei guidata(o); delle due, l’una.

Scegli Tu.

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Ott
25

“Cattive compagnie”

“Ammonisci l’uomo settario una volta e anche due; poi evitalo.”

Tito 3:10

 

Questo versetto è un vero e proprio monito.

Trovo anche una certa continuità con le riflessioni che abbiamo condiviso nel capitolo precedente.

Prova a rileggerlo.

Cosa noti in relazione all’utilità delle Scritture?

Questo versetto prima insegna e poi corregge.

Ti dice cosa fare prima e cosa fare – diversamente – dopo; non ti fornisce indicazioni a metà.

E’ un altro straordinario esempio della grandezza, della potenza e dell’utilità della Bibbia.

Un manuale ricco di indicazioni, suggerimenti, consigli, avvertimenti, risposte, da poter consultare in ogni istante, in ogni circostanza.

Ho letto tantissimi libri sul tema della crescita e dello sviluppo personale e in passato, prima di cominciare a leggere, meditare e studiare la Bibbia, costruivo tutto da lì.

Erano la sabbia e l’acqua con cui tenevo uniti i mattoni della mia vita e con cui aiutavo le persone a tenere uniti i loro.

Non ho smesso di leggerli e continuerò a farlo.

Oggi, però, mentre leggo o ri-leggo quel genere di libri, ho spesso la sensazione di aver già letto molte delle stesse cose nella Bibbia.

E se metto in ordine cronologico di stesura tutti quei libri, mi rendo conto che tutto era già stato scritto prima.

Il libro dei “Proverbi”, ad esempio, contiene tutto ciò che è utile sapere in tema di comunicazione, leadership, scelte, decisioni, obiettivi, risultati.

Ecco perché, nelle bibliografie che propongo al termine dei miei corsi, la Bibbia è al primo posto; tutti gli altri testi, li aggiungo dopo.

Ma torniamo al versetto di apertura.

Quando ho incontrato Nicola, ho capito che esisteva un modo di vivere la fede diverso da quello che conoscevo prima e che praticavo poco, perché non mi convinceva sino in fondo.

Ho quindi, iniziato a frequentare con curiosità, interesse ed apertura mentale, persone che non conoscevo prima, che praticavano la fede facendo cose nuove per me (pregando con le proprie parole e non con quelle di altri…, ad esempio) e che non facevano cose che io ero abituato a fare (come il segno della croce).

Confesso che un certo senso di smarrimento l’ho provato, per cui, ho iniziato a documentarmi.

Presto, mi sono trovato di fronte al primo grande pericolo, o presunto tale: le sette.

Leggevo articoli e guardavo video che in effetti, si avvicinavano molto di più agli ambienti che avevo iniziato a frequentare e ai loro usi&costumi, che non a quelli del mio passato.

E benché io fossi ancora attratto dai nuovi, che nel frattempo continuavo a frequentare, i dubbi e le paure aumentavano.

Ricordo che un giorno, invitai a casa mia Jason, per un incontro di approfondimento (oggi, al solo pensiero, mi viene da ridere).

Anche perché, mia moglie, che inizialmente, scelse di non condividere con me quel percorso, era più disorientata di me e per me.

Accogliemmo Jason con garbo, educazione e ospitalità, ma anche con una lista interminabile di domande scritte!

Ciò che alla fine mi tranquillizzò e mi convinse, non furono tanto le sue risposte, quanto la mancanza assoluta di opere di convincimento da parte sua.

Sono passati quattro anni, ormai, e anche se in maniera meno regolare – ahimè – vedo e sento Jason e tutti gli altri miei fratelli&sorelle (altra novità…) con piacere, affetto e soprattutto, con amore in Gesù.

Tutto questo spaccato per condividere con te, due brevi riflessioni.

In primo luogo, se non avessi raccolto delle prove e delle testimonianze dirette, se non fossi andato a scavare con le mie mani, avrei considerato quelle persone settarie.

Avrei pensato, a torto, che fossero persone e comunità di dissidenti, nate per dividere invece che unire.

In secondo, che se le prove e le testimonianze dirette che ho raccolto, avessero in qualche modo avallato le mie perplessità iniziali, non avrei certo esitato ad allontanarmi da loro ed a cercare strade diverse.

Probabilmente, non avrei osato ammonirli (oggi, lo farei senza esitazione); certamente, li avrei evitati per sempre.

E invece, sono uno di loro, ed il Signore è in mezzo a noi.

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